
Hardy e Dickens, confronti
Mary Blindflowers
Charles Dickens e Thomas Hardy, sono due esempi emblematici di come la fama non dipende tanto dalla radicalità della critica quanto dalla sua capacità di non minacciare i fondamenti del sistema.
Che differenza c’è tra i due autori suindicati?
Dickens divenne il volto rassicurante della denuncia sociale perché proponeva una rivoluzione che non disturbava, mentre Hardy, con scene emblematiche come il rogo dei libri in Jude the Obscure, attaccò direttamente l’impalcatura ideologica dell’Inghilterra vittoriana, mostrando la forza corrosiva e destabilizzante di una scrittura spesso mal digerita dai benpensanti e dai critici.
Il confronto tra Dickens e Hardy mette in luce differenze profonde non solo sul piano dello stile ma anche su quello della concezione della letteratura come strumento sociale.
Dickens, cresciuto nel sistema della pubblicazione a puntate, sviluppò un modo di scrivere corale, fatto di una moltitudine di personaggi, di intrecci che avanzano e retrocedono, di digressioni descrittive e caricaturali. La sua narrativa ha il passo teatrale, a volte farsesco, e si presta a un consumo collettivo, quasi seriale.
Hardy, invece, procede con linearità: il suo stile è asciutto, progressivo, essenziale. Le sue trame sono meno affollate, i personaggi meno numerosi ma profondamente scavati, e il suo linguaggio, sobrio e diretto, anticipa sensibilità moderniste, più vicine al naturalismo e al disincanto del Novecento che alla tradizione ottocentesca. Questa differenza di tono e di costruzione narrativa non è un fatto puramente tecnico, ma riflette due modi opposti di intendere il rapporto con la società. Dickens, pur presentandosi come il grande campione della denuncia sociale, non mise mai in discussione i fondamenti della civiltà vittoriana. Le sue opere mostrarono la povertà, l’ingiustizia, lo sfruttamento dei bambini, le storture del sistema penale, ma tutto rimaneva nell’orizzonte di una possibile riforma. La famiglia, il matrimonio, la religione non furono mai toccati in modo radicale: erano i pilastri su cui si fondava il mondo morale che i suoi romanzi, alla fine, confermavano. La sua fu dunque una rivoluzione compatibile con il sistema, rassicurante, che poteva indignare senza destabilizzare, e proprio per questo fu premiata con la popolarità, le raccomandazioni scolastiche, la canonizzazione. Hardy invece fece l’opposto. Nei suoi romanzi più celebri, da Tess of the d’Urbervilles a Jude the Obscure, mise in discussione le istituzioni stesse: il matrimonio come prigione sociale, la religione come ostacolo alla felicità, la società come macchina di sofferenza inevitabile. In Jude the Obscure l’episodio del rogo dei libri mostra in modo lampante la forza corrosiva di Hardy. Jude, povero ma studioso in un mondo classista, prende una decisione radicale: distruggere tutta la sua biblioteca teologica. Scende in giardino al crepuscolo, scava una buca poco profonda, accende alcuni opuscoli e poi taglia e brucia i volumi di teologia ed etica che aveva accumulato. I nomi citati non sono casuali: Jeremy Taylor, il vescovo seicentesco autore di manuali di vita e di morte cristiana, “Holy Living” e “Holy Dying”, testi che avevano formato intere generazioni; Joseph Butler, il grande apologeta del Settecento, autore dell’Analogy of Religion, un caposaldo della teologia razionale che insegnava la compatibilità tra fede e ragione; Philip Doddridge, il pedagogo evangelico, autore di The Rise and Progress of Religion in the Soul, uno dei manuali devozionali più diffusi e tradotti; William Paley, l’apologeta di Cambridge, autore della celebre Natural Theology che sosteneva l’esistenza di Dio con l’argomento dell’orologiaio, paradigma dell’educazione clericale ottocentesca; Edward Bouverie Pusey, figura centrale del Movimento di Oxford, simbolo di un ritorno all’autorità dogmatica; John Henry Newman, prima guida anglicana e poi cardinale cattolico, una delle coscienze religiose più influenti dell’Inghilterra vittoriana. In un’epoca in cui questi autori costituivano la colonna vertebrale dell’istruzione morale e religiosa, bruciarne i libri significava non solo rinnegare un percorso personale ma cancellare simbolicamente l’intero sistema di autorità spirituale:
At dusk that evening he went into the garden and dug a shallow hole, to which he brought out all the theological and ethical works that he possessed, and had stored here. He knew that, in this country of true believers, most of them were not saleable at a much higher price than waste-paper value, and preferred to get rid of them in his own way, even if he should sacrifice a little money to the sentiment of thus destroying them. Lighting some loose pamphlets to begin with, he cut the volumes into pieces as well as he could, and with a three-pronged fork shook them over the flames. They kindled, and lighted up the back of the house, the pigsty, and his own face, till they were more or less consumed...
(Continua su Destrutturalismo n. 11)